La nostra storia

Adolfo Romani era un ragazzo di poco più di 60 anni, quando ci ha lasciato. Lo ricordo con una Esportazione tra le labbra costantemente accesa e che staccava soltanto per sparare una delle sue bordate in bolognese... Era una persona speciale, che ha dato tanto al mondo dell’automobilismo sportivo e a tutte le persone che lo hanno conosciuto.
Sentirlo parlare era come aprire una enciclopedia del motorismo senza dover faticare a leggerla: bastava tacere per non interromperlo nel suo racconto.
Già da ragazzo mostrò un acume e un talento per i motori davvero incredibile, riuscendo a costruire con le proprie mani un motore motociclistico alimentato a disco rotante con una soluzione ancora oggi innovativa, che gli permise di mettersi in luce come uno dei duetempisti più geniali degli anni 50.
Ricordiamo tutti i suoi aneddoti sugli epici scontri con Ferraris, quando tornava a casa sconfitto e lavorava sulle sue Abarth di giorno e di notte per tornare a vincere la settimana dopo in quello scontro titanico. Oppure gli splendidi quadretti della figura di Gilberto Fontanesi, l’unico pilota che gli fece accettare l’idea di parlare con un capellone.
“Adolfo, son finito in un chempo di greno…” era una delle battute che più spesso citava ricordandolo, accendendosi l’ennesima sigaretta, quando parlava di quel ragazzo scomparso anzitempo che riusciva a fare delle cose impensabili alla guida di qualsiasi auto.
Ci piace pensare che stiano insieme lassù, da qualche parte, in quella pista dove corrono tutti i grandi dell’automobilismo che ci hanno lasciato...
Adolfo, oltre ad essere un autentico genio della meccanica, era un ostinato. Non accettava la sconfitta, ma era un grande sportivo. Quando perdeva, tornava nel suo eremo a sviluppare nuove soluzioni. Costruiva tutto in casa, compresi gli alberi a camme: nel 1969 vinse il campionato italiano classe 500 dopo aver lavorato ininterrottamente sul motore della sua Abarth per 83 giorni, provando 83 diversi profili di alberi a camme fino a trovare la soluzione che, secondo lui, lo avrebbe portato al trionfo.
Fu il precursore di alcune scelte tecniche per molti discutibili, ma che gli permisero di vincere le gare più belle: quelle in cui tutti ti vedono perdere in partenza. Eliminando il differenziale autobloccante, soluzione a lui mai piaciuta, costruì una coppia di ammortizzatori che permettevano di mantenere le ruote della sua 600 sempre attaccate a terra, vincendo a Monza contro le più potenti 850 cc!
La cosa più importante che ha trasmesso a tutte le persone che hanno lavorato con lui è l’ossessione per l’assetto e per le gomme. Non c’era possibilità di vittoria senza un assetto perfetto in ogni circostanza: questo era il suo credo. Il motore, usando le sue parole, è un accessorio: deve avere tanta coppia, sufficiente potenza e non si deve rompere. Poi, è l’assetto che fa la macchina!
Basandosi su questa forte convinzione, in quanto lui sosteneva di non avere delle certezze assolute (diceva sempre che chi ha delle certezze, non ha capito nulla della vita perché spesso bisogna rimettere tutto in gioco…) ma solo forti convinzioni, costruì le sue vittorie più importanti.
Questo era Adolfo: uno di quei personaggi che ha creato la leggenda del motorismo italiano…
Quante gare e quanti titoli ha vinto il grande Mago di Sala Bolognese? Impossibile elencarle tutte!
Oltre ai campionati italiani nelle classi turismo nelle classi 500 e 600, ha dominato in lungo e in largo in tutte le categorie in cui si è cimentato: dal kart alle monoposto, dalle sport alle motociclette.
Alessandro Romani, trentenne figlio del maestro di Sala Bolognese, ha raccolto il testimone lasciatogli dal padre con la stessa passione e lo stesso entusiasmo, supportato dal suo fraterno collaboratore Denis Balestrazzi. I due, oltre a portare avanti il lavoro di Adolfo e continuare a proporre i kit realizzati per numerosissime auto sportive, hanno sviluppato nuovi motori, come ad esempio il Toyota 22zz-ge delle Lotus attuali, realizzando vari step evolutivi che portano il 4 cilindri giapponese dagli originari 192 CV fino alla soglia dei 370 CV.
La filosofia è quella di sempre: lavorare sodo al banco prova, effettuare test di collaudo e ottenere il massimo dal motore senza mettere a repentaglio l’affidabilità del propulsore.
Oggi l’officina di Sala Bolognese è un punto di riferimento di assoluta rilevanza per tutti gli appassionati di auto sportive e, soprattutto, delle Lotus.